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IL TESTO E IL PROBLEMA
La Divina Commedia

UNITÀ C
La letteratura religiosa

UNITÀ E
Il Dolce Stil Novo

UNITÀ F
La poesia comico-realistica


ANTONINO SCIOTTO
Ideologie e metodi storici


Queste parole sono state pronunciate da Piero Calamandrei in un discorso del 1950. Le riproponiamo a insegnanti e studenti per la loro impressionante attualità.

Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.

Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950


Dante Alighieri
Divina Commedia Inferno, XIX, 88-120; Purgatorio, XXXII, 142-160
Contro la Chiesa corrotta: la rilettura dell’Apocalisse
DIV9b

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[Inferno, canto XIX, vv. 88-120]
Nel canto XIX dell’Inferno, tra i papi simoniaci, Dante ha incontrato Niccolò III Orsini. Questi ha la testa e gran parte del corpo infilati sottoterra e tiene fuori solo le gambe, dai polpacci in giù [DIV9a]. Il papa simoniaco lascia intendere che il suo stesso destino toccherà a Bonifacio VIII e a Clemente V. A questo punto Dante prende la parola rivolgendosi al suo interlocutore con un’invettiva che, partendo da un tono sarcastico coerente con il canto, assume poi, nella parte finale, accenti assai più gravi. Dante si rifà infatti all’Apocalisse di san Giovanni, descrivendo la Chiesa come una prostituta (mentre essa avrebbe dovuto essere, come sappiamo, la sposa di Cristo). Dopo la conclusione dell’invettiva dantesca, il canto riprende il suo tono “comico” attraverso la descrizione del papa che, ascoltando questo discorso, manifesta il suo dolore scalciando l’aria con entrambi i piedi.

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro1:
«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle 90

Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro2”. 93

Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria3. 96

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito4. 99

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta, 102

io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi5. 105

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista6; 108

quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque7. 111

Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento8? 114

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre9!». 117

E mentr’io li cantava cotai note,
o ira o coscienza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote10. 120

[Purgatorio, canto XXXII, vv. 142-160]
La parte conclusiva del Purgatorio è ambientata in cima alla montagna, e precisamente nel Paradiso terrestre, luogo negato all’umanità dai tempi di Adamo ed Eva. Qui Dante assiste a una complessa scena allegorica, che si protrae per diversi canti. Al centro di essa c’è un carro che rappresenta la Chiesa. Nel canto XXXII viene raffigurata la storia dei rapporti tra la Chiesa e il potere imperiale, e più in generale la storia dei primi secoli del cristianesimo. In un primo momento, sul carro piomba l’aquila romana (che qui simboleggia le prime persecuzioni contro i cristiani). In seguito, sotto di esso si rifugia una volpe (che rappresenta l’eresia), che viene però cacciata da Beatrice (la teologia). Allora l’aquila imperiale torna a scendere sul carro, cospargendolo delle sue piume: l’immagine rappresenta la donazione di Costantino, che conferì alla Chiesa un potere estraneo alla sua natura. In seguito, la terra si apre tra le ruote del carro e ne esce un drago, che conficca la sua coda in esso, danneggiandolo: l’immagine rappresenta gli scismi. Quel che rimane del carro viene nuovamente coperto di piume d’aquila: ciò significa, allegoricamente, che la corruzione determinata dal potere temporale si diffonde sempre di più.
Comincia a questo punto – è l’oggetto del brano di seguito riportato – la trasformazione del carro nella bestia dell’Apocalisse. Dalla parte del timone spuntano tre teste, ciascuna delle quali ha due corna. In ognuno dei quattro lati spunta un’altra testa, questa volta con un solo corno. Il carro-Chiesa è dunque divenuto una bestia con sette teste e dieci corna. Su di esso siede una meretrice che amoreggia con un gigante. Quest’ultimo la frusta e la rapisce: è qui raffigurato il destino recente della Chiesa che, al termine del suo processo di corruzione, vedrà la sua sede trasferita in Francia per volontà di Filippo il Bello.

Trasformato così ’l dificio santo
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra ’l temo e una in ciascun canto11. 144

Le prime eran cornute come bue,
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue12. 147

Sicura, quasi rocca in alto monte,
seder sovresso una puttana sciolta
m’apparve con le ciglia intorno pronte13; 150

e come perché non li fosse tolta,
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e baciavansi insieme alcuna volta14. 153

Ma perché l’occhio cupido e vagante
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagellò dal capo infin le piante15; 156

poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudo 159

a la puttana e a la nova belva16.





1 Io non so… a questo metro: Io non so se io fui qui troppo temerario (folle), poiché io risposi proprio (pur) con questo tono (a questo metro). Nella parte del canto qui non riportata, Niccolò III ha predetto che nella sua bolgia arriveranno altri papi simoniaci; ciò fornisce a Dante l’occasione per una fortissima invettiva contro la corruzione della Chiesa.

2 Deh, or mi dì… “Viemmi retro”: «Su (Deh), ora dimmi: quanto denaro (tesoro) volle nostro Signore <Gesù Cristo> da San Pietro prima che egli ponesse le chiavi (ossia il governo della Chiesa) in suo potere (balìa)? Certamente non disse (chiese) altro che “Vienimi dietro”». Il riferimento è a due passi dei Vangeli: «Tibi dabo claves regni caelorum» [«Ti darò lo chiavi del regno dei cieli»] (Matteo, 16, 19); e «Venite post me» [«Venite dietro di me»], parole rivolte da Gesù a Pietro e al fratello Andrea (Matteo 4, 19 e Marco, 1, 17). L’interrogativa retorica, che presuppone risposta negativa, sottolinea sarcasticamente il rapporto antitetico tra la purezza della Chiesa originaria e la sua attuale corruzione.

3 Né Pier… l’anima ria: Né san Pietro né gli altri <apostoli> presero (tolsero) oro o argento da (a) Mattia, quando fu scelto per sorteggio (sortito) per il posto che perdette l’anima maledetta (ria) di Giuda. Mattia fu cooptato tra gli apostoli dopo il tradimento e il suicidio di Giuda Iscariota; cfr. Atti degli Apostoli, I, 24-26.

4 Però ti sta… ardito: Perciò (Però) rimani al tuo posto (ti sta), poiché tu sei punito giustamente; e conserva (guarda) bene il denaro (moneta) guadagnato disonestamente (mal tolta) che ti rese (esser ti fece) arrogante (ardito) contro Carlo d’Angiò. Non è chiaro se con la «mal tolta moneta» Dante intendesse alludere all’oro che, secondo una leggenda, Niccolò III avrebbe ricevuto da Giovanni da Procida per appoggiare una congiura contro Carlo (che sarebbe poi sfociata nei Vespri Siciliani), o se si riferisse genericamente al denaro accumulato mediante la simonia. Storicamente accertata, in ogni caso, è l’inimicizia tra Niccolò III e Carlo d’Angiò, al quale il papa tolse il titolo di senatore romano e la carica di vicario imperiale in Toscana.

5 E se non fosse… sollevando i pravi: E se non fosse per il fatto che me lo impedisce ancora il rispetto (reverenza) per l’istituzione del papato (le somme chiavi sono, come al v. 92, simbolo del comando sulla Chiesa) che tu occupasti nella vita terrena (lieta, a confronto con l’infelicità eterna della dannazione), io userei parole ancor più dure (gravi); poiché la vostra avarizia corrompe (attrista) il mondo, calpestando (calcando) i buoni ed elevando alle cariche più alte (sollevando) i malvagi (pravi). Dante sottolinea la propria devozione alla Chiesa come istituzione per evidenziare ancor di più la severità della sua condanna morale.

6 Di voi pastor… fu vista: A voi papi (Di voi pastor) pensò (s’accorse) <san Giovanni> Evangelista, quando colei che siede sopra le acque fu da lui (a lui, complemento d’agente) vista prostituirsi (puttaneggiar) con i re. Nell’Apocalisse (XVII, 1-2), uno dei sette angeli mostra all’Evangelista «la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque» dicendo che «con lei si sono prostituiti i re della terra». Qui Dante considera la prostituta (tradizionalmente identificata con Roma) come una rappresentazione della Chiesa corrotta, e interpreta il suo «puttaneggiar» con i re come immagine fortemente realistica del temporalismo dei papi.

7 quella che con le sette… al suo marito piacque: quella (riferito alla Chiesa) che nacque con le sette teste ed ebbe forza (argomento) dalle dieci corna, fino a quando al suo sposo (marito, ossia il papa) piacque la virtù. Riferimento al passo immediatamente successivo dell’Apocalisse, in cui si parla di una «bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna». Nell’Apocalisse però la prostituta siede su una bestia con sette teste e dieci corna, che nell’interpretazione tradizionale veniva accostata alla Roma imperiale. Dante invece non differenzia la prostituta dalla bestia, identificandole entrambe con la Chiesa, e vede nelle sette teste e nelle dieci corna l’allegoria dei sacramenti (o dei doni dello Spirito Santo) e dei comandamenti.

8 Fatto v’avete Dio… ne orate cento: Vi siete fatti un Dio d’oro e d’argento; e che differenza c’è (che altro è) tra (da) voi e gli idolatri, se non il fatto che essi <ne pregano> uno, e voi ne pregate (orate) cento? La corruzione della Chiesa è paragonata all’idolatria; il v. 112 richiama il biblico «argentum suum et aurum suum fecerunt sibi idola ut interirent» [«con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli, ma per la loro rovina»] (Osea, 8, 4).

9 Ahi, Costantin… ricco patre: Ahi, Costantino, di quanto male fu origine (matre) non la tua conversione, ma quella ricchezza (dote) che prese da te il primo papa (patre) che divenne ricco! Nel Medioevo si riteneva che il potere temporale della Chiesa – all’origine, secondo Dante, di tutti i suoi mali – discendesse da una donazione fatta, dopo la conversione, dall’imperatore Costantino al papa Silvestro. Dante non ha elementi per denunciare la falsità del documento (che sarà dimostrata filologicamente nel Quattrocento da Lorenzo Valla), ma contesta la legittimità della donazione, pur riconoscendo le buone intenzioni dell’imperatore(tra l’altro collocato in Paradiso nel cielo di Giove, tra gli spiriti giusti). L’argomento è discusso in De monarchia, III, 10 [G34].

10 E mentr’io… con ambo le piote: E mentre io gli cantavo questa canzone (cotai note, metafora), sia che lo mordesse l’ira, sia che lo mordesse la coscienza, <Niccolò III> scalciava (spingava, metaplasmo) forte con entrambe le piante dei piedi (piote, sineddoche). L’invettiva di Dante si chiude con il comico primo piano sul suo destinatario, costretto a manifestare il proprio dolore in forma tanto più ridicola quanto più solenne era stata la funzione da lui rivestita.

11 Trasformato così… in ciascun canto: Trasformato in questo modo (cioè ricoperto di piume d’aquila: si veda l’introduzione al brano) il santo arnese (’dificio santo, ossia il carro che rappresenta la Chiesa) fece spuntare teste da tutte le parti, tre sopra il timone (temo) e una in ciascun lato (canto: dunque quattro teste, che si sommano alle tre precedenti per un totale di sette).

12 Le prime eran cornute… non fue: Le prime <tre teste> (quelle spuntate sul timone) erano cornute come <quelle di un> bue (avevano cioè due corna ciascuno); le <altre> quattro avevano solo un corno ciascuna; un mostro simile non fu mai (ancor) visto. In totale, il mostro così raffigurato – nato dalla degenerazione del carro, ossia della Chiesa – ha sette teste e dieci corna, come la bestia dell’Apocalisse.

13 Sicura… intorno pronte: Ben salda (Sicura), simile a una fortezza (rocca) su un alto monte, mi fu visibile (m’apparve) una puttana dissoluta (sciolta) che sedeva (seder: il verbo all’infinito, che dipende da «apparve», ricalca il costrutto delle proposizioni soggettive latine) su di esso (sovresso) con le ciglia pronte <ad occhieggiare> tutt’intorno.

14 e come perché… alcuna volta: e, come per impedire che gli fosse portata via, vidi un gigante dritto accanto (di costa) a lei; e si scambiavano baci ripetutamente (alcuna volta). Il gigante raffigura il re di Francia Filippo il Bello.

15 Ma perché… infin le piante: Ma, poiché <la puttana> aveva rivolto verso di me l’occhio lascivo (cupido) e vagante, quel feroce amante (drudo) la frustò (flagellò) dalla testa ai piedi (piante). La manifestazione di gelosia del gigante non va legata al fatto che la prostituta abbia rivolto lo sguardo specificamente a Dante, ma semplicemente al fatto che essa abbia distolto gli occhi da lui guardando altrove. La flagellazione della Chiesa-prostituta rappresenta l’episodio dello “schiaffo di Anagni”: nel settembre 1303 Bonifacio VIII fu tenuto prigioniero, all’interno del suo palazzo di Anagni, dagli emissari di Filippo il Bello, Guglielmo di Nogaret e Giacomo Sciarra Colonna.

16 poi, di sospetto… a la nova belva: poi, pieno di gelosia (sospetto) e reso feroce (crudo) dall’ira, slegò (disciolse) il mostro (il carro trasformato in bestia) e lo trascinò (trassel) attraverso la selva, facendo sì che solo questa (lei, riferito alla selva) mi fosse di impedimento (scudo) <alla vista> sia della puttana che della strana bestia (nova belva). Il rapimento della «puttana» rappresenta il trasferimento della sede papale ad Avignone che avvenne, sempre nell’interesse di Filippo il Bello, nel 1305, quando era pontefice il francese Clemente V.


IL TESTO
I due passi qui riportati sono un altro esempio dell’accesa polemica dantesca contro la degenerazione della Chiesa. L’invettiva dell’Inferno (che costituisce la parte finale dell’episodio di Niccolò III [DIV9a]) si rivolge dapprima contro il papa simoniaco, apostrofandolo alla seconda persona singolare e ponendolo di fronte all’incongruenza tra le sue pratiche peccaminose e la purezza del cristianesimo delle origini (vv. 90-96). Pronunciata la condanna contro Niccolò (vv. 97-99), il poeta si lancia quindi in una dura reprimenda, nella quale i riferimenti personali al papa Orsini sfumano nella complessiva condanna di un diffuso malcostume (si passa quindi dal singolare al plurale: la «vostra avarizia», v. 104). È sempre parlando al plurale, e rivolgendosi dunque ai molti papi che – come Niccolò e i suoi successori – hanno trascinato la Chiesa alla corruzione, che Dante richiama nella Commedia le pagine dell’Apocalisse, anticipando subito la propria interpretazione del passo: quando san Giovanni parlava di una meretrice e di una bestia con sette teste e dieci corna, egli intendeva, appunto, profetizzare i destini della Chiesa.
Anche il brano del Purgatorio, che si inserisce in una complessa e articolata raffigurazione allegorica, richiama evidentemente lo stesso passo dell’Apocalisse. È dunque opportuno, per meglio comprendere questi due brani, aver presente il capitolo in questione (Apocalisse, XVII):

[1] Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: «Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. [2] Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». [3] L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. [4] La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. [5] Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra». [6] E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore.

Immediatamente dopo la visione, nell’Apocalisse l’angelo fornisce all’Evangelista la spiegazione di quanto gli ha appena mostrato.

[7] Ma l’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna». [8] La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà. [9] Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re. [10] I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. [11] Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione. [12] Le dieci corna che hai viste sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale, per un’ora soltanto insieme con la bestia. [13] Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia. [14] Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli». [15] Poi l’angelo mi disse: «Le acque che hai viste, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue. [16] Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. [17] Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio. [18] La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra»1.

IL PROBLEMA
Senza entrare nel merito di ciascuna delle singole immagini, non si può dubitare del fatto che, nel testo dell’Apocalisse, l’intera raffigurazione abbia per oggetto la Roma imperiale. Sono visibili, infatti, i riferimenti ai sette colli e ai sette re, anche se l’identificazione dei «dieci re» rappresentati dalle dieci corna non appare altrettanto semplice.
Dante, pur non eliminando il riferimento a Roma, ne cambia tuttavia il significato, trasformando la città allegorizzata nell’Apocalisse da sede dell’Impero in sede del Papato. Inferno e Purgatorio, però, presentano differenze significative. L’episodio di Malebolge, in particolare, si discosta notevolmente dal testo dell’Evangelista, al punto che nel poema dentesco la prostituta che siede sopra le acque non si distingue più dalla bestia. Le sette teste e le dieci corna diventano addirittura attribuiti, connotati in senso positivo, che questa creatura possedeva fin dalla nascita, e possono essere agevolmente identificati con i sette sacramenti (o i sette doni dello Spirito Santo) e con i dieci Comandamenti.
La situazione cambia nel Purgatorio in cui, con maggiore aderenza all’Apocalisse, la prostituta si distingue nettamente dalla bestia, sulla quale essa siede. I suoi mostruosi attributi compaiono stavolta a seguito della degenerazione indotta dalla nascita del potere temporale.
È assai difficile rendere conto del motivo per cui Dante dia due interpretazioni così diverse dello stesso testo. Ciò che sembra accomunare i due passi danteschi, facendoli apparire a prima vista assai lontani dal modello di san Giovanni, rimane comunque l’identificazione della magna meretrix nella Roma papale. Non si deve comunque pensare a una autonoma invenzione del poeta, magari semplicemente motivata dalla posizione politica filoimperiale. In realtà «esisteva tutta una letteratura, nel medioevo, di eretici o semieretici o anche di cattolici desiderosi di una profonda riforma ecclesiastica (gioachimiti e francescani spirituali), che identificava la magna meretrix con la Chiesa corrotta» (Sapegno).
L’interpretazione dell’Apocalisse, nel corso del Medioevo, ha infatti seguito due linee di sviluppo. La prima (i cui maggiori esponenti furono Riccardo da san Vittore e Alberto Magno) tendeva a spiegare letteralmente il testo ed a chiarirne il senso morale. La seconda invece cercava in esso l’anticipazione profetica della storia della Chiesa e si rifaceva spesso al pensiero di Gioacchino da Fiore. Secondo quest’ultimo, la storia della Chiesa si articola in sette età. «La prima è quella della Chiesa primitiva e degli apostoli; la seconda è quella dei martiri; la terza è quella degli eretici e dei grandi padri della Chiesa; la quarta è quella della fondazione dei grandi ordini monastici e in specie di san Benedetto; la quinta, che è anche quella in cui Gioacchino stesso scrive, è l’età culminante sia per la perfezione dei santi, sia per la cattiveria dei malvagi: si hanno perciò, l’una contro l’altra, l’Ecclesia generalis, santa, rappresentata da Gerusalemme, minacciata dall’Ecclesia malignitatum, simboleggiata in Babylon». A queste cinque età ne seguiranno una sesta «in cui i malvagi saranno puniti», e una settima «che segnerà l’avvento dell’età dello Spirito Santo, momento della rivelazione divina ed epoca di inebriante felice salmodia» (Manselli).
L’articolazione in sette età della storia della Chiesa trovava un possibile riscontro nella struttura dell’Apocalisse, articolata in sette lettere che Giovanni scrive a ciascuna delle sette Chiese dell’Asia. L’interpretazione ispirata a Gioacchino – che ebbe come massimo esponente Pietro di Giovanni Olivi – collegava appunto, in modo assai complesso, brani tratti dalle sette lettere a ciascuna delle sette epoche della storia della Chiesa.
In definitiva, la forzatura del testo operata da Dante – che consiste proprio nel leggere in filigrana, dietro l’Apocalisse, una trama di riferimenti profetici alla storia della Chiesa – si innesta in una pratica intrerpretativa assai diffusa all’epoca. Una pratica che si collegava a un’attesa di rinnovamento estremamente sentita negli ambienti francescani. A questi ambienti, del resto, Dante era assai vicino dal punto di vista etico (pur mantenendosi al di sopra delle parti, rispetto alle lotte che dividevano l’ordine al suo interno2). Per verificarlo, sarà opportuno approfondire la riflessione, soffermandosi sulla pagina del Paradiso che il poeta dedica alla figura di san Francesco [DIV10].




1 Citiamo dalla traduzione La sacra Bibbia, Cei, Roma, 1974. Questo il testo latino: «[1] Et venit unus de septem angelis, qui habebant septem phialas, et locutus est mecum dicens: “Veni, ostendam tibi damnationem meretricis magnae, quae sedet super aquas multas, [2] cum qua fornicati sunt reges terrae, et inebriati sunt, qui inhabitant terram, de vino prostitutionis eius”. [3] Et abstulit me in desertum in spiritu. Et vidi mulierem sedentem super bestiam coccineam, plenam nominibus blasphemiae, habentem capita septem et cornua decem. [4] Et mulier erat circumdata purpura et coccino, et inaurata auro et lapide pretioso et margaritis, habens poculum aureum in manu sua plenum abominationibus et immunditiis fornicationis eius; [5] et in fronte eius nomen scriptum, mysterium: “Babylon magna, mater fornicationum et abominationum terrae”. [6] Et vidi mulierem ebriam de sanguine sanctorum et de sanguine martyrum Iesu. Et miratus sum, cum vidissem illam, admiratione magna. [7] Et dixit mihi angelus. “Quare miraris? Ego tibi dicam mysterium mulieris et bestiae, quae portat eam, quae habet capita septem et decem cornua: [8] bestia, quam vidisti, fuit et non est, et ascensura est de abysso et in interitum ibit. Et mirabuntur inhabitantes terram, quorum non sunt scripta nomina in libro vitae a constitutione mundi, videntes bestiam, quia erat et non est et aderit. [9] Hic est sensus, qui habet sapientiam. Septem capita, septem montes sunt, super quos mulier sedet. Et reges septem sunt: [10] quinque ceciderunt, unus est, alius nondum venit; et, cum venerit, oportet illum breve tempus manere. [11] Et bestia, quae erat et non est, et is octavus est et de septem est et in interitum vadit. [12] Et decem cornua, quae vidisti, decem reges sunt, qui regnum nondum acceperunt, sed potestatem tamquam reges una hora accipiunt cum bestia. [13] Hi unum consilium habent et virtutem et potestatem suam bestiae tradunt. [14] Hi cum Agno pugnabunt; et Agnus vincet illos, quoniam Dominus dominorum est et Rex regum, et qui cum illo sunt vocati et electi et fideles”. [15] Et dicit mihi: “Aquae, quas vidisti, ubi meretrix sedet, populi et turbae sunt et gentes et linguae. [16] Et decem cornua, quae vidisti, et bestia, hi odient fornicariam et desolatam facient illam et nudam, et carnes eius manducabunt et ipsam igne concremabunt; [17] Deus enim dedit in corda eorum, ut faciant, quod illi placitum est, et faciant unum consilium et dent regnum suum bestiae, donec consummentur verba Dei. [18] Et mulier, quam vidisti, est civitas magna, quae habet regnum super reges terrae”».

2 Non si deve infatti accostare il pensiero di Dante a quello di Gioacchino da Fiore fino al punto di perdere di vista la piena ortodossia del poeta: «Se sul piano della dottrina Dante è perfettamente cattolico e crede nella fine del mondo e nel giudizio universale (mentre per Gioacchino non vi sarà fine del mondo ma un rinnovamento preparatore dell’ultima età che sarà eterna), Dante è, invece, molto vicino a Gioacchino per quanto riguarda gli atteggiamenti morali e il sentire religioso» (Piromalli).